Siamo salvati per fede o per opere?
Già per sé stessi gli esempi di fede che ci vengono ricordati dall’autore della lettera agli Ebrei non dovrebbero lasciarci alcun dubbio sul fatto che la fede non può essere limitata ad una pura e semplice adesione intellettuale. Tuttavia nel cosiddetto “mondo religioso” sono state avanzate a tal proposito numerose ipotesi che possiamo riassumere in due posizioni principali:
- Alcuni affermano che l’uomo può essere salvato per le sue buone opere. Più si compiono queste opere buone, più si acquistano “punti” per arrivare alla salvezza Quanti infatti a cui parliamo di redenzione mediante la fede in Cristo, ci rispondono che loro sono buoni, non fanno del male ad alcuno, anzi, quando possono fanno anche del bene. Perché mai allora – essi dicono – Dio dovrebbe essere così cattivo da condannarci?
- Altri, invece, in netto contrasto con questa posizione, affermano che noi possiamo essere salvati soltanto mediante la fede in Cristo.
Ambedue queste risposte che gli uomini di solito danno alla domanda se siamo salvati per fede soltanto o per opere, sono parziali in quanto, pur contenendo in sé stesse una parte di verità, partono tuttavia da presupposti e convinzioni umane che non trovano alcun riscontro nella Parola di Dio.
I cristiani non possono costruire le proprie convinzioni su una questione così importante com’è quella della salvezza, basandosi unicamente su teorie umane e prescindendo dalla Parola di Dio.
L’UOMO NON PUO' SALVARSI DA SOLO
Tutte le Scritture, dall’Antico al Nuovo Testamento, ci fanno capire che nessuno è in grado di raggiungere la salvezza da solo, con le proprie forze. Senza Cristo tutto ciò che l’uomo fa lo condanna inesorabilmente. Anche la persona più brava e più onesta di questa terra, per quanto si dia da fare, vive pur sempre immersa nel peccato ed è priva della gloria di Dio. In Romani 3 dal v. 10 al v. 18 troviamo scritto: «Non c’è alcun giusto, neppure uno . . .» ed ancora ai vv. 23-24 «poiché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio . . .».
Come prima cosa quindi, se vogliamo essere aiutati da Dio e raggiungere la salvezza, dobbiamo convincerci che siamo nel peccato e che soltanto con la fiducia in Cristo e nel suo sacrificio redentore, possiamo essere liberati da questa nostra condizione.
Non possiamo pensare quindi di avere alcun merito di fronte a Dio perché la salvezza proviene unicamente dalla sua misericordia, è un dono, una grazia immeritata che il Signore ci ha voluto fare attraverso il sacrificio di Gesù Cristo.
Se bastassero le nostre opere per ottenere la salvezza, il sacrificio di Cristo sarebbe stato inutile. Ma egli è dovuto morire al nostro posto per cancellare le nostre colpe che ci tengono purtroppo lontani da Lui e dal Padre. Leggiamo: 2 Corinzi 5, 14-21.
La salvezza dunque proviene soltanto da Dio e comincia ad essere una realtà per noi quando l’accettiamo per fede e ci abbandoniamo completamente a Lui con l’ubbidienza per rinascere a nuova vita nel battesimo.
SIAMO SALVATI PER GRAZIA MEDIANTE LA FEDE
È la fede, cioè la fiducia nella misericordia di Cristo, che, unita all’ubbidienza, ci salva dai nostri peccati e dalla morte spirituale. Fondamentali a questo riguardo sono i seguenti passi: Tt 2, 11-14 ed Ef 2, 1-1. In questi versetti l’apostolo Paolo ci dà alcune indicazioni molto importanti, che non dobbiamo dimenticare. Tutti noi cristiani eravamo peccatori, soggetti alla punizione divina; tuttavia, sopraggiunta la misericordia di Dio, siamo stati vivificati in Cristo e salvati per grazia mediante la fede.
Quando Paolo dice al v. 8 del cap. 2 di Efesini che «ciò è il dono di Dio», non intende affatto affermare che la fede è un dono di Dio, come se questa fede ci venisse trasmessa miracolosamente da Lui, ma che è la salvezza per grazia mediante la fede ad esserci donata. In greco il pronome “ciò” si riferisce alla salvezza per mezzo della fede e non soltanto alla fede.
Non siamo salvati dunque per mezzo di opere giuste fatte o che possiamo fare, ma secondo la misericordia di Dio attraverso la fede e mediante il lavacro della rigenerazione e il rinnovamento dello spirito che abbiamo ricevuto con il battesimo in Cristo Gesù, come troviamo scritto in Tt 3, 5. Possiamo anche leggere Gl 3, 27; Cl 2, 12. In tutti questi passi Paolo ci parla di una fede viva operante, non soltanto astratta e teorica.
LA FEDE (SE VERAMENTE C’È) SI DIMOSTRA CON LE OPERE
A differenza di quanto molti oggi purtroppo pensano, la fede non è un convincimento interiore che ci lega a Dio. Certamente, nella fiducia che riponiamo in Lui è importante anche quello che sentiamo dentro di noi, ma ciò non può rimanere confinato nei nostri sentimenti.
Se uno ama profondamente, lo si vede da come si comporta; allo stesso modo se un cristiano ha una fede viva lo dimostra con le proprie opere. Gli Ebrei chiesero a Gesù cosa dovessero fare per compiere le opere di Dio. Il Signore rispose loro di credere in colui che era stato mandato per portare la salvezza (Gv 6, 28-29).
Credere in Gesù quindi è già un’opera di ubbidienza necessaria per entrare nella grazia di Dio. Questo però è solo l’inizio di un cammino, lungo il quale ogni cristiano dovrebbe compiere tutte le buone opere che gli sono state preparate da Dio. Cristo ha sacrificato se stesso allo scopo di purificare per sé un popolo speciale, zelante nelle buone opere. Paolo esorta i cristiani ad aver cura di applicarsi alle buone opere come scrive in Tt 3, 13-14. Chi non compie le buone opere che gli vengono richieste dal Signore dimostra in realtà di non avere una vera e propria fede. La sua è soltanto una adesione intellettuale teorica che non porta alcun frutto e per la quale non è disposto ad impegnare a fondo la sua vita.
Dobbiamo dimostrare ciò che abbiamo dentro di noi con fatti tangibili, altrimenti dimostriamo di avere un cuore arido privo di fede. Più volte nella Bibbia ci viene detto che Abramo fu giustificato per fede. Egli viene portato come esempio di fede che salva, sia da Paolo che da Giacomo: infatti, troviamo scritto: «credette a Dio e ciò gli fu messo in conto di giustizia» (Ge 15, 6; Rm 4, 3; Gl 3, 6; Gc 2, 14-26). Ma se Abramo non avesse lasciato Ur dei Caldei per raggiungere la Terra Promessa, se si fosse rifiutato di sacrificare suo figlio Isacco e se non avesse fatto tutto ciò che l’Eterno gli aveva chiesto, avrebbe dimostrato che la sua fede era solo apparente. Pensate voi che Abramo sarebbe stato ricordato come esempio di fede che salva se non avesse fatto tutto questo? Le sue opere, la sua ubbidienza resero perfetta la sua fede e tale fede lo rese giusto e giustificato davanti a Dio.
Fede e opere quindi sono indissolubilmente legate l’una alle altre. Non ha senso parlare solo di fede o solo di opere. È perfettamente inutile fare una distinzione fra la fede e le opere per cercare di capire quale delle due ci porti alla salvezza. Le opere senza la fede sono vane perché se agiamo al di fuori della volontà di Dio non siamo nella Sua grazia. Ricordiamo le parole di Gesù che concludono il suo discorso sulla Montagna in Mt 7, 21-23: «Non chiunque mi dice Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli . . . ». D’altra parte la fede senza le opere è un’illusione, un sentimento sterile che non viene dimostrato concretamente. Anche in questo caso il Signore ci ammonisce: “L’albero che non darà buoni frutti verrà tagliato alla redice”. I tralci se sono veramente unite alla vite che è Cristo non possono che dare frutti e se non danno dei frutti vengono tagliati e sono destinati ad essere arsi.
Fratelli e sorelle possiamo concludere l'esortazione di questa mattina con le parole che troviamo in Giacomo 1, 16-18 e 21-25: «Non lasciatevi ingannare, fratelli miei carissimi; ogni buona donazione e ogni dono perfetto vengono dall'alto e discendono dal Padre dei lumi, presso il quale non vi è mutamento né ombra di rivolgimento. Egli ci ha generati di sua volontà mediante la parola di verità. affinché siamo in un certo modo le primizie delle sue creature ... Perciò, deposta ogni lordura e residuo di malizia, ricevete con mansuetudine la parola piantata in voi, la quale può salvare le anime vostre. E siate facitori della parola e non uditori soltanto, ingannando voi stessi. Poiché, se uno è uditore della parola e non facitore, è simile ad un uomo che osserva la sua faccia naturale in uno specchio: egli osserva se stesso e poi se ne va, dimenticando subito com'era. Ma chi esamina attentamente la legge perfetta, che è la legge della libertà, e persevera in essa, non essendo un uditore dimentichevole ma un facitore dell'opera, costui sarà beato nel suo operare».
Ciò che veramente conta per l'apostolo Paolo «è la fede operante per mezzo dell'amore» (Galati 5, 6). E ciò che ha valore per lui «è l'essere una nuova creatura». Essere una nuova creatura significa essere nati di nuovo, non da seme corruttibile, ma dall'alto, come afferma Gesù stesso parlando con Nicodemo: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato di nuovo (o dall'alto), non può vedere il regno di Dio» (Giovanni 3, 3). A conclusione del suo colloquio con Nicodemo, Gesà afferma solennemente: «Poiché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna» (Giovanni 3, 16).


